Abuso di mezzi di correzione: la Cassazione condanna mamma nigeriana che impone taglio capelli a figlia

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Condannata  dalla Cassazione una mamma nigeriana che, in base alle consuetudine del suo paese di provenienza, aveva tagliato a zero i capelli della sua figlia minore nonostante la piccola avesse protestato violentemente. Ad avviso dei supremi giudici un simile comportamento da parte della madre costituisce un abuso ‘dei mezzi di correzione e disciplina’ anche nel caso in cui l’episodio di tosatura violenta sia avvenuta una solo volta. E’ il fatto che il taglio dei capelli rientri nel contesto culturale africano, non serve a giustificarlo. In particolare, la Sesta sezione penale della Cassazione, con la sentenza numero 11251, ha confermato la colpevolezza di Florence I., la signora nigeriana mamma della piccola Isiuwwa ‘tosata’ con forbici da cucina che avevano anche provocato lesioni al cuoio capelluto. L’entità della pena inflitta non è nota. Senza successo Florence I. ha sostenuto, in Cassazione, che il taglio dei capelli era stato “un fatto occasionale che andava rapportato nella giusta dimensione di un incidente di percorso tra madre e figlia e che aveva visto la sua genesi nell’esigenza della madre di tagliare personalmente i capelli alla bambina usando la maniera forte per fronteggiare un isterico e ingiustificato rifiuto della piccola”. I magistrati della Cassazione gli hanno risposto che l’abuso dei mezzi di correzione “ben può ritenersi integrato da un unico atto espressivo dell’abuso, come anche da una serie di comportamentilesivi dell’intregità fisica e della serentità psichica del minore, indipendentemente dall’intenzione correttiva o disciplinare” tenuta dal genitore. La Cassazione, inoltre, prosegue nel suo verdetto di colpevolezza spiegando che l’atto della madre in questione “non può essere scriminato dall’esigenza di tosare la figlia recalcitrante, essendo risultato che, all’isterica opposizione della bambina aveva fatto riscontro altrettanta isterica reazione della madre, che, indipendentemente dal luogo di provenienza e dall’ambito culturale della genitrice, aveva inteso proseguire, nelle sue operazioni particolarmente pericolose, al fine di affermare la propria autorità sulla piccola, abusando dei mezzi di correzione e disciplina”. Con questa decisione – le cui motivazioni sono state rese note oggi e si riferiscono ad una udienza svoltasi lo scorso 21 ottobre – la Cassazione ha convalidato sia la pronuncia di condanna emessa in primo grado dal gip di Macerata il 21 febbraio 2007, sia quella di secondo grado emessa dalla Corte di Appello di Ancona il 10 giugno 2010. Il ricorso della mamma nigeriana è stato dichiarato inammissibile con condanna al versamento di mille euro alla cassa delle ammende.


Fonte: Ansa.

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