Minori e uso delle nuove tecnologie: quando il dovere di controllo sconfina nel mancato rispetto della riservatezza della persona?

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E’ retorico dire che viviamo in un mondo dove la connessione è un elemento alla portata di tutti grazie alla diffusione di strumenti tecnologici di facile uso e portabilità (smartphone, laptop etc.), tanto che ormai la connettività, intesa come vero e proprio diritto ad essere connessi e a vivere la propria esistenza virtuale,  può essere considerato un nuovo “diritto digitale”. Tale diritto riguarda principalmente le nuove generazioni, che sempre prima e sempre più velocemente si confrontano con il linguaggio e le modalità aperte dalle nuove tecnologie (basti considerare, ad esempio, le prescrizioni in materia di alfabetizzazione informatica dell’Agenda Digitale Europea, in fase di attuazione anche in Italia[1]).  

Dobbiamo quindi pensare a questa realtà, in termini di necessità, anche e soprattutto nel nostro rapporto con i minori, in tutte le dimensioni nelle quali, come adulti, siamo chiamati a confrontarci con loro.  

Le nuove tecnologie sono un terreno di cambiamento velocissimo per i minori, basti considerare che, secondo l’ISTAT, l’uso del cellulare è quasi raddoppiato tra gli 11-17enni (dal 55,6% del 2000 al 92,7% del 2011), e sempre più numerosi sono i ragazzi che lo utilizzano come strumento di connessione o multimediale  (per lo stesso periodo diminuisce dal 20,3% al 3,9% la percentuale di 11-17enni che usano il cellulare solo per telefonare [2]).

Il confronto con le nuove tecnologie e i diritti digitali, come sappiamo, presenta per loro grandi potenzialità ma anche grandi rischi.

I problemi che i minori devono affrontare possono essere costituiti da attacchi esterni, quali genericamente, quelli provenienti dalla rete stessa (ad esempio, l’esposizione a materiale pedopornografico, sessualmente degradante e violento o materiale illecito in senso lato, per violazione delle norme del diritto d’autore o della riservatezza altrui) e attacchi interni, intesi come danni che il minore o i soggetti che gli sono accanto possono compiere inconsapevolmente (ad esempio diffusione di propri dati personali e sensibili o rischio di sviluppare patologie per abuso della tecnologia, come quelle studiate recentemente dalla comunità medica).

Quali sono, quindi, le modalità giuste per affrontare il fenomeno senza cadere nei due estremi dell’iperprotezionismo  o di un ignavo disinteresse? Una cosa è certa, i minori devono essere aiutati a muoversi e ad acquistare consapevolezza del terreno in cui operano virtualmente, analogamente a quanto avviene in un ambito reale, anche perché reali sono le conseguenze sociali e giuridiche, che discendono dalle azioni virtuali, per il minore e per chi esercita la patria potestà, sia in termini di conseguenze civili che penali.

Attualmente esistono una serie di strumenti tecnici (firewall, filtri di blocco) e di esperimenti fattuali (quali ad esempio, sistemi di “etichettatura” dei siti sicuri per i minori) ma non esiste alcuno strumento realmente affidabile di controllo preventivo, anche perché non bisogna dimenticare che al diritto di controllo del genitore si contrappone il diritto alla privacy del minore, il quale man mano che cresce, deve poter essere rispettato  nella sua dignità e intimità.

Certo è difficile pensare a un sistema “graduato” di bilanciamento tra responsabilità individuale e protezione genitoriale, stante le inevitabili differenze tra i singoli e la necessità di garantire la certezza giuridica, per cui il compimento del diciottesimo anno d’età costituisce ancora il passaggio, formale, di sponda.

Pur nella difficile dinamica dei rapporti speriamo solo di non assistere anche in Italia ad una, quantomeno imbarazzante controversia, come quella che negli Stati Uniti,  ha visto una madre chiamata in causa dal figlio minorenne per la violazione del suo profilo facebook[3].  Confidando, naturalmente, per scongiurare casi analoghi, nella capacità di dialogo e di ascolto dei genitori nostrani e non nella loro ignoranza nell’uso delle tecnologie.

Avv. Elena Finotti – sez. territoriale A.M.I di Latina

 



[1] L’Agenda Digitale è stata presentata dalla Commissione Europea nel maggio 2010 ed è una delle iniziative della strategia di sviluppo Strategia EU2020, finalizzata a una crescita inclusiva, intelligente e sostenibile dell’Unione.

[2] Cfr. dati rapporto ISTAT  su Infanzia e Vita quotidiana del 2011.

[3] http://www.huffingtonpost.com/2010/05/27/mother-denise-new-convict_n_592850.html

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