Negli ultimi giorni si è tornati a parlare di stragi familiari.


I fatti di Mantova, Torino, Udine, Gela e Benevento hanno scosso (almeno così pare) le coscienze di tutti gli italiani.


L’AMI, come sempre in questi ultimi anni, ha immediatamente assunto una posizione ufficiale, già domenica sera 25 aprile u.s., fornendo a tutti i dati statistici del fenomeno.


Da quel momento si è scatenata la “bagarre”. Tutti hanno fatto la gara per esprimere la loro opinione sulle violenze intrafamiliari.


La famiglia italiana non è più un isola felice. Tra le mura domestiche si consumano più crimini della malavita organizzata, un bollettino di guerra vergognoso che attribuisce all’Italia un assoluto triste primato in Europa in termini di frequenza di gravi fatti di sangue tra familiari.


Si tratta della vera emergenza nazionale che rischia di affogare nella rassegnazione e nella più pericolosa assuefazione.


Donne e bambini sono le principali vittime di tale ferocia.


È arrivato il momento di dire basta ed individuare le cause e i metodi di prevenzione di questo tipo di violenza.


Pare, infatti, che faccia più notizia l’omicidio di un mafioso che quello di una moglie, un figlio e talvolta di  un marito. Ma ci sono figli che ammazzano i genitori, suoceri che ammazzano generi e nuore. Stragi, sangue, odio. Morte


L’indifferenza  di tutti – dinanzi a questo scempio – è il peggior terreno fertile perchè la “mattanza” continui.


Secondo il “Crime clock” in Italia viene uccisa una donna ogni 2 giorni, 20 minuti e 41 secondi.


E così secondo dati statistici, dal 1970 ad oggi, sono stati assassinati circa 400 bambini (nella stragrande maggioranza ad opera delle madri).


Si sono registrati tuttavia anche numerosi fatti di sangue anche contro uomini/mariti o  suicidi di padri separati disperati. E’ bene ricodarlo.


La morte è uguale per tutti. E tutti i morti meritano  pietà e rispetto.


Non c’è dubbio. Tuttavia, donne e bambini, dal freddo punto di vista numerico, sono le vittime più frequenti e numerose.


Ormai siamo una società in crisi e me ne accorgo anche dai dibattiti a cui ho partecipato in TV o che ho visto comodamente da casa.


Pochi, a mio sommesso parere, hanno messo a fuoco le cause di queste tragedie.


Provo a farlo io, secondo la esperienza di avvocato proveniente dal penale e tuffatosi nel diritto di famiglia e minorile.


1. Il nostro processo, sia di separazione che di divorzio, ha tempi insopportabilmente lunghi.


2. Gli addetti ai lavori, spesso,  non sono esperti o specializzati perché la “tuttologia” è il vero tumore dei giuristi italiani.


3. Mancano nel processo esperti  che, sin dall’inizio, sostengano le coppie in conflitto, lasciando allo spontaneismo del singolo avvocato o magistrato il compito di risolvere situazioni senza controllo.


4. I provvedimenti emessi dai Tribunali non tengono conto dei diritti dei padri “a stipendio fisso”, creando ogni giorno nuove povertà. Né esiste una reale politica sociale di sostegno psicologico ed economico per tutti i separati in difficoltà economica e psicologica.


È altrettanto evidente che molti uomini benestanti, al contrario, fanno carte false per pagare assegni irrisori e mettere in difficoltà moglie e figli.


Insomma c’è di tutto. E non sono più  ammessi stereotipi. I luoghi comuni sono costruiti per difendere le ingiustizie: buoni da una parte e cattivi dall’altra….


E’ la nostra società ad essere malata.


La realtà è che noi non aiutiamo le persone in difficoltà.Anzi le ghettizziamo.


E quando ad una persona si toglie ogni via d’uscita, la tragedia è dietro l’angolo.


A quel punto basta solo premere il grilletto o afferrare un coltello da cucina, se si è disperati e psicolabili, e farla finita.


Occorrerebbe un diritto di famiglia più giusto che tuteli i diritti di tutti, che non lasci solo qualcuno o peggio metta alla gogna “il colpevole”.


Già perché in Italia, specie nelle vicende familiari, si cerca sempre un colpevole.


E ciò è dimostrato dalla esistenza dell’addebito, arma micidiale offerta dallo Stato alla gente e a noi avvocati per distruggere il “nemico”.


Insomma separarsi in Italia significa guerra, vergogna, vittoria e sconfitta. Non dovrebbe essere nulla di tutto questo.


Perché quando finisce un amore occorrerebbe solo trovare una soluzione che consenta a tutti di esistere e  sperare ancora 


Le vere armi che uccidono sono quelle del nostro processo. E’su tale versante che la violenza inizia a crescere vertiginosamente.


Ovviamente pensare di “giustificare” le stragi  con tutto quanto sopra è quanto mai delinquenziale.


E qualcuno ci sta provando. Trattasi di qualche deficiente.


Quando si arriva ad uccidere un coniuge o un figlio non c’è affidamento condiviso violato, casa coniugale “sottratta” o solitudine che tengano.


Davanti al sangue ci dobbiamo tutti fermare. Senza criminalizzare o giustificare. Occorre pietà.


Oggi, invece,  è una scoppiata una “guerra di genere” sempre più irresponsabile. Nessuno lavora per mediare con l’altro sesso. Vi è una reciproca delegittimazione e demonizzazione. Uomini che odiano le donne, donne che odiano gli uomini. Società che odia i gay. 


Ciò che mi preoccupa è che una sparuta ma chiassosa schiera di  uomini si sia posta negli stessi termini delle più becere e squallide femministe. 


Che tristezza.


Vi è un proliferare di associazioni “contro” qualcuno o qualcosa. E raramente a favore di qualcuno o qualcosa.


Da una parte trovi associazioni di femministe che vomitano odio contro il genere maschile (provare ad andare su facebook o su qualche blog) secondo cui “gli uomini sono tutti potenziali assassini e pedofili…perchè il maschio,in quanto tale,  è una bestia.


Dall’altra i femministi al contrario che sostengono che le donne “sono esseri inferiori in cerca di potere e rivincite, maestre di opportunismo e calunnie”  


E così proliferano associazioni di padri, di madri, di zii, di nonni, di maschi, femmine, gay, stranieri, bianchi , neri, etc..Ogni giorno ne nasce una nuova. Ma dove andremo a finire se non  fermiamo questa spirale di violenza culturale?    


Nulla da dire sull’associazionismo che ha avuto un ruolo importante. Ma adesso basta.


Quella stagione è finita. Occorre abbattere le barriere, unire le forze e iniziare una battaglia comune.   


Siamo divisi su tutto, noi italiani. Anche su ciò che dovrebbe unirci.


E così vi è un proliferare di “avvocati di genere” o consulenti ad hoc per uomini e donne, a seconda dell’associazione di appartenenza.


Come se la toga dell’avvocato fosse una maglia di una squadra di calcio o la tessera di un partito.


Ormai, pur di sbarcare il lunario, si violano le più elementari norme deontologiche e l’essenza stessa dell’essere e sentirsi avvocati.


“Io difendo i padri, tu i nonni, quell’altro le madri”. Così si accaparra solo clientela. Nel modo più squallido e strumentale. Che cos’è questa roba?


Parliamo piuttosto di tutela delle persone, indipendentemente se chi ha bisogno di aiuto sia uomo, donna, gay o trans.  


Probabilmente c’è qualcuno che campa sulle contrapposizioni e dà un senso alla propria esistenza sputando quintali di  letame contro il nemico o la nemica.


Si tratta di frustrati e di perdenti che ragionano solo partendo dai loro guai personali. 


Chi ha condiviso le battaglie dell’AMI –  che intendono salvaguardare i diritti delle persone –  non può che restare disgustato da tutto questo.


La violenza può essere prevenuta solo se ciascuno di noi   si fa carico dei problemi di tutti, indistintamente e non contribuisce ad alimentare contrapposizioni o convinzioni che gli uomini e le donne siano nemici.   


E si combatte  soprattutto se vittima e carnefice non sono abbandonati al loro destino e al loro odio.


Non basta mettere il mostro in prima pagina per sentirci tutti  in pace con la nostra coscienza.


                                                                       


                                                                       Gian Ettore Gassani


 


 


 


 

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