La Cassazione condanna un marito: “Non esiste il diritto all’amplesso”


La libertà, anche a letto, prima di tutto. Chi costringe la moglie a troppi rapporti sessuali nonostante il suo rifiuto, si mette contro la legge. Peggio, rischia di finire dritto in carcere perché l’imposizione, con comportamenti dispotici e minacciosi, viene equiparata allo stupro.
La sentenza della Cassazione numero 26345 è a suo modo rivoluzionaria. Nello specifico, ha confermato la condanna nei confronti di un marito che pretendeva dalla moglie «prestazioni sessuali oltre il desiderio della stessa». Il verdetto però va molto oltre. La Suprema Corte non solo sancisce che «qualsiasi forma di costrizione costituisce violenza sessuale», ma stabilisce «che non esiste all’interno del rapporto di coppia un diritto all’amplesso, né, conseguentemente, il potere di esigere o imporre prestazioni sessuali».
La Cassazione ha ribadito  inoltre che ciò che vale «in un rapporto di coppia coniugale» è da estendersi anche a quello «paraconiugale », ovvero alla convivenza.
Gli ermellini non considerano un alibi, per il marito esageratamente pretenzioso, neppure la negazione silente della donna ai rapporti. «In tema di reati contro la libertà sessuale, nei rapporti di coppia di tipo coniugale – si legge nel documento dei giudici -, non ha valore scriminante il fatto che la donna non si opponga palesemente ai rapporti sessuali e li subisca, quando è provato che l’autore, per le violenze e minacce precedenti poste ripetutamente in essere nei confronti della vittima, aveva la consapevolezza del rifiuto implicito della stessa agli atti sessuali». La moglie, infatti, per non spaventare i bambini non si opponeva alle pretese del marito e a gesti muti cercava, inutilmente, di farlo desistere.


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