Si sono quadruplicati in nemmeno tre anni, passando da 1.066 a 4.173, i viaggi delle coppie infertili italiane all’estero in cerca di un bambino in provetta. Sono i dati aggiornati presentati a Roma dall’Osservatorio sul turismo procreativo, che hanno confrontato la situazione precedente all’approvazione della legge 40 sulla fecondazione artificiale e quella attuale.Nei 27 centri di 10 Paesi considerati nell’indagine si è rilevato “un aumento significativo della presenza di italiani”, ha detto Andrea Borini, presidente dell’Osservatorio e dei Cecos Italia.


Tuttavia, ha aggiunto, “la percezione avuta in questo periodo, con la legge 40 a regime, è che molte coppie che si recano all’estero tornino sui propri passi, deluse da aspettative non realizzate (ad esempio perché non sono riuscite a congelare gli embrioni) o comunque con la sensazione che si stia attuando sulla loro pelle un vero e proprio business”. Spesso alla delusione si aggiungono disagi logistici, psicologici ed economici. I costi sono sempre alti, ma non sono cambiati negli ultimi anni: la Fivet con ovodonazione costa fra 5.000 e 7.000 euro,da sola costa fra 3.500 e 3.700 euro. L’Icsi può avere un costo aggiuntivo di 500-1.000 euro, mentre la diagnosi genetica pre-impianto può costare fra 1.500 e 3.500 euro.Ecco la situazione rilevata nell’indagine:  


SPAGNA: è la meta preferita dalle coppie italiane, aumentate da 60 a 1.365 in tre anni; nei 7 centri spagnoli di riferimento considerati nell’indagine gli italiani rappresentano fra il 10% e il 50% dei pazienti. Il fenomeno è in deciso aumento, anche grazie all’ottima organizzazione spagnola al servizio del turismo procreativo, con tanto di interpreti al servizio dei pazienti, medici italiani o bilingue. Ad attrarre, secondo l’indagine, sono anche le ampie possibilità previste dalla legge spagnola. Tra queste, la diagnosi pre-impianto e la selezione del sesso del nascituro (quest’ultima, però, consentita solo nel caso di malattie legate ai cromosomi sessuali). Una delle tecniche più richieste dalle coppie italiane è la donazione di ovociti, che prevede un rimborso per le donatrici (spesso studentesse o comunque donne molto giovani) compreso fra 2.000 e 3.000 euro. In Spagna c’é infatti un fiorente mercato di gameti.


BELGIO: ogni anno almeno 775 italiani si rivolgono al Belgio per la fecondazione artificiale e Bruxelles si conferma tra le principali mete in Europa. Ad attrarre è soprattutto la Free University, il maggiore centro europeo specializzato, con 3.500 cicli l’anno. Qui dopo la legge 40 le coppie italiane sono raddoppiate (dal 5 all’11% del totale dei pazienti). La diagnosi pre-impianto è la tecnica più richiesta.


SVIZZERA: alta (almeno 740 coppie) la presenza delle coppie italiane (molte provenienti dalla Lombardia) soprattutto a Lugano. Ad attirare le coppie è la possibilità di congelare egli embrioni, mentre è vietata la donazione di ovuli e la diagnosi pre-impianto è permessa solo sul globulo polare, il corpuscolo che viene espulso dall’ovocita appena fecondato.


GRAN BRETAGNA: alti costi e difficoltà linguistiche sono un deterrente per la coppie italiane, che si rivolgono soprattutto a centri con medici che parlano italiano. Nonostante ciò il numero delle coppie italiane è quadruplicato, passando da 25 a 100, concentrate essenzialmente a Londra. Tra le tecniche più richieste dai pazienti, la diagnosi genetica pre-impianto.


STATI UNITI: come la Gran Bretagna, sono un riferimento solo per chi ha elevate possibilità economiche e conosce la lingua. Le coppie italiane si rivolgono soprattutto Cornell University di New York, American Fertility Services e università di Harvard. Ma solo in quest’ultima il numero delle coppie italiane é aumentato, passando dallo 0,5-1% all’1-2% del totale.


AUSTRIA E REPUBBLICA CECA: l’affluenza di italiani è aumentata sensibilmente, passando da 22 a 500 coppie.


SLOVENIA: serve soprattutto l’area di Trieste. A Lubiana, dopo la legge 40, gli italiani sono diventati il 10% dei pazienti.


GRECIA: le coppie italiane si concentrano a Salonicco e sono attualmente il 12-15% del totale dei pazienti.


Fonte: ANSA

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