Nel nostro Paese esiste un’emergenza sociale, una vera e propria malattia di cui si parla poco – se non in caso di fatti di cronaca a essa connessi – e rispetto alla quale si fa ancora meno di quanto si dovrebbe. È il Gap, il gioco d’azzardo patologico. Una vera e propria malattia che, in base ai dati del Centro Studi A.M.I., è la causa del 10% delle separazioni e dei divorzi. Si tratta di un fenomeno trasversale, che non conosce età, appartenenza sociale, collocazione geografica, sesso. Faccio un esempio.

Qualche anno fa ricevetti nel mio studio una donna, accompagnata dal figlio: a causa del gioco patologico era riuscito a perdere due appartamenti e aveva rubato i gioielli della moglie per poter continuare a giocare, gettando la famiglia in una situazione economica tale da non poter più neanche pagare il mutuo della casa e da costringere il figlio ad abbandonare gli studi. La donna, che aveva provato più volte col marito a trovare una soluzione, all’ennesimo tentativo caduto nel vuoto chiese il divorzio.

Questi casi sono più frequenti di quanto si immagini: coniugi – non solo uomini – che di nascosto vendono beni di famiglia o prosciugano i risparmi di una vita per giocare o pagare i debiti contratti, costretti a ricorrere a prestiti usurai con tutti i guai che ne conseguono, etc.

Si tratta di vere e proprie tragedie familiari che vedono interi nuclei ridotti sul lastrico, nella migliore delle ipotesi. Un’emergenza nazionale di cui si parla poco, tranne nei casi in cui si arriva all’epilogo: furti, violenze in famiglia, suicidi, in alcuni casi anche omicidi. C’è chi entra in questo tunnel pensando di riuscire a far quadrare i conti, c’è chi lo fa perché pensa di diventare “ricco”. In entrambi i casi si tratta di una malattia rispetto alla quale ognuno deve fare la sua parte per tentare di porre rimedio. A livello legislativo, ovviamente, ma non solo.

Innanzitutto, ci sono campanelli d’allarme che non vanno sottovalutati. Soldi che misteriosamente finiscono, oggetti di valore che spariscono, budget familiare che all’improvviso si riduce drasticamente. Oltre a cambiamenti comportamentali di rilievo del coniuge. Va da sé che non sempre questi segnali sono indicatori di una persona ludopatica.

Ma non vanno sottovalutati. Al contrario, devono essere monitorati attentamente. Se attraverso un confronto col coniuge non si riesce a trovare una soluzione, meglio intervenire prima che sia troppo tardi. Anche perché, al danno della fine di molti matrimoni e di intere famiglie costrette ad un’improvvisa indigenza, si aggiunge la beffa di non poter ottenere dal coniuge giocatore d’azzardo neanche l’assegno di mantenimento o l’assegnazione della casa coniugale, atteso che quest’ultimo quasi sempre è diventato un nulla tenente, incapace di badare a sé stesso e alla famiglia.

Ovviamente, questa non è un’istigazione alla separazione. La ludopatia, come già detto, è una malattia e va trattata in quanto tale. E, dunque, ben vengano confronti, aiuti da parte di specialisti e quant’altro. Ma qualora queste misure non fossero sufficienti o quando il coniuge non vuole sentire ragioni, meglio correre ai ripari, finché si è in tempo.

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