«I padri separati sono i nuovi poveri, i giudici evitino situazioni estreme»


Cresce il fenomeno dei figli-adulti che, con i capelli grigi, tornano nella casa paterna, confortati dall’abbraccio dei genitori ma costretti a una difficile convivenza. Hanno passato i quaranta, a volte i cinquanta, sono 500mila i “nuovi poveri” dopo separazioni e divorzi. Non hanno nulla a che fare con i “bamboccioni” evocati dall’ex ministro Padoa Schioppa: hanno alle spalle battaglie legali per strappare alle maglie della giustizia un loro ruolo da padri, però non ce la fanno a ricominciare una nuova vita dopo la rottura del matrimonio. Dal momento che piombano sulle spalle dei loro “vecchi” i sociologi li hanno battezzati “generazione boomerang”.
Dottoressa Matone, molti padri separati sono sull’orlo della miseria, si sentono vittime di un sistema ingiusto che li penalizza. Non le sembra che stiamo andando verso un sistema di parità alla rovescia?
«Ammetto che molti fanno parte delle nuove forme di povertà. Però come si fa ad evitare tutto questo? Certo, i giudici prima di prendere decisioni dovrebbero accertare e verificare con molta attenzione le condizioni patrimoniali di ciascuno, per evitare situazioni estreme, c’è chi perde tutto e diventa povero per versare l’assegno di mantenimento». All’intervista risponde Simonetta Matone, 56 anni, magistrato di lungo corso con un curriculum prestigioso, ex sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Roma, ora con l’incarico di capo di gabinetto del ministro delle Pari Opportunità.
Allora, tutto dipende dalla discrezionalità dei giudici?
«Le pronunce si adattano al caso concreto, ciascuna è a sé. Comunque, per i giudici vengono prima i bambini poi le esigenze dei genitori. Certo, nelle separazioni se ne avvantaggia il coniuge affidatario, che molto spesso continua a essere la madre. Però non si può neppure dire che siano solo penalizzati gli uomini, anche le donne hanno problemi drammatici».
Però molti padri dormono in macchina e mangiano alle mense della Caritas, condannati a pagare assegni di mantenimento ben al di sopra delle loro tasche: tolti 800 euro da uno stipendio di 1.300 non restano neppure i soldi per un monolocale
«E’ vero, di solito ci rimettono i maschi che finiscono per diventare i “nuovi poveri”. Però il criterio guida è e deve essere l’interesse del bambino, non si può partire da lui o lei, ma dalle condizioni migliori per il minore. C’è una scala gerarchica di valori! Chi decide dovrebbe trovare un punto di equilibrio».
Pare che l’equilibrio non si trovi e le cronache ne sono una testimonianza. Che fare?
«I padri separati in povertà sono un problema di difficile soluzione, però nelle aule di tribunale si dovrebbe evitare di far diventare il matrimonio una rendita di posizione, questo sarebbe un passo avanti. Mi riferisco alla necessità di mettere un freno alle donne che pensano di essersi sistemate a vita. Ci sono situazioni abnormi che vanno evitate, come il caso di lui che viene buttato fuori e continua a pagare il mutuo della casa in cui lei vive con il nuovo compagno perché assegnataria dell’immobile».
E’ surreale che lui paghi il mutuo mentre lei sta con un altro…
«La vecchia normativa di fatto “vietava” alla donna di rifarsi una vita, ma ora la nuova giurisprudenza considera la vita privata “sacra”, il diritto segue l’evoluzione della società.
Ripeto, occorre grande equilibrio e una attenta valutazione delle condizioni dei singoli».
Un matrimonio su quattro dura meno di sei anni, significa che nel momento della rottura i figli sono molto piccoli. L’affidamento condiviso è una garanzia?
«Quella legge è una conquista di civiltà, ma nella pratica è un bluff. Anche con l’affidamento condiviso è avvantaggiato il coniuge “collocatario”, ossia quello che ha la casa dove dorme il bambino, colui che vive la “quotidianità” con il picolo. Però, devo essere sincera, tutta questa richiesta da parte dei maschi non c’è, non è che scalpitino per avere il bambino a tempo pieno».


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