Ammetto di avere molta paura a fare il mio lavoro.

La violenza in famiglia, questa lunga scia di sangue, che sembra non avere più fine, prodotta dalle stragi familiari, mi scombussola, mi trova impreparato al peggio, mi fa sentire inutile e complice.

Troppe separazioni e divorzi sono la miccia di tragedie assurde. Ne sono perfettamente consapevole.

Ho il terrore che anche tra i miei assistiti possa esserci un potenziale assassino o una potenziale vittima. Perché dovrei pensare che gli assassini e i morti ammazzati siano sempre clienti degli altri?

So di stare in un campo minato perché non riesco a tenere sotto controllo tante situazioni. Sto cercando di mediare in tutti i processi, di abbassare i toni, di scrivere memorie difensive in modo soft. Ho paura e mi sento solo.

Troppe donne, tutti i maledetti giorni, si rivolgono a me con il volto tumefatto e con il cuore a pezzi. La gran parte accetta questa situazione per tutta la vita. Troppi padri fanno la fame e non hanno vie di uscita perché messi alla gogna e in ginocchio dal processo e da un destino quasi sempre segnato.

Sento e tocco con mano nel mio studio troppo odio, troppa violenza, troppa stupidità.

Lavoro con fatica, non riesco a stare più tranquillo, ma non voglio perdere la mia libertà di avvocato, quella di scegliere una strategia secondo coscienza e secondo il buon diritto. La mattina leggo i giornali  e apprendo dell’ennesima strage:

< Lui ammazza lei e poi si suicida. Stavano per separarsi>.

Faccio parte di un sistema impotente e di una società rassegnata e assuefatta a tutto. Ormai la mattanza non fa più notizia oppure la fa soltanto quando i morti sono più di due o se un fatto diventa il boccone prelibato di qualche processo in tv. E così non fanno notizia i suicidi dei padri della mensa dei poveri. Ma che succede?

Chi proteggerà la mia assistita dopo la denuncia verso il suo carnefice? Quali strumenti ho per tutelarla e quali ne garantisce lo Stato? E se dall’altra parte c’è un assassino? Mi sentirò in colpa se succederà qualcosa di irreparabile? Forse sarà meglio non denunciare? Che situazione assurda. Siamo arrivati al paradosso che una denuncia spesso si trasformi in una condanna a morte. E noi saremmo uno stato di diritto?

Ormai sono in un vicolo cieco e insieme a  me tanti avvocati rinchiusi nei loro studi a studiare vanamente codici e sentenze.

Questo sistema mi ha indebolito sotto ogni profilo, ha vanificato ogni speranza e ogni certezza che nutrivo tanto tempo fa.

Studiare non serve più. Il diritto ormai è solo pura e vuota tecnica. La società e lo Stato parlano un’altra lingua. Il delitto d’onore (o meglio del disonore) è ancora radicato nella testa di molti uomini. Davanti alla sottocultura non c’è legge che tenga.

E intanto la gente mi chiede aiuto mentre io chiedo aiuto allo Stato. Uno Stato assente e complice della mattanza e della denegata giustizia.

Mi sento come spogliato di ogni funzione sociale e professionale.

Da anni sogno un sistema diverso, una cultura sociale diversa, un modo diverso di fare l’avvocato. Un avvocato più utile alla ricerca della soluzione che della vittoria ad ogni costo.

Mi spaventa la incosciente sicurezza del collega avversario che si trasforma in Rambo. Lui scrive di tutto, fomenta odio, articola accuse spietate, è un fiume di insulti e provocazioni. Costui non capisce cosa sta facendo e che  scherza con il fuoco sulla pelle di una intera famiglia. Vuole a tutti i costi la testa del mio cliente che porterà, come un  trofeo di guerra, al suo assistito assatanato.

Io cerco di non scendere al suo livello, mentre lui, il collega , rincara la dose.

Che faccio? Picchio anche io? Urlo anche io?

Se cerco di abbassare i toni  rischio di essere considerato un pavido o un venduto, se cado nelle provocazioni avverse rischio di accendere la miccia di un conflitto insanabile e incontrollabile. Ecco il quotidiano dilemma che mi tormenta. Allora non mi resta che affidarmi all’istinto del giocatore d’azzardo: rischiare e bleffare.

Il processo, ormai, è soltanto una gara a chi picchia di più.

Questa realtà mi sta distruggendo ogni passione. Leggo i testi sacri del diritto, studio, mi aggiorno e aggiorno gli altri. Ma a che serve?

Il diritto dice belle cose, sforna principi di giustizia. Ma il diritto è solo pura teoria. La legge parla una lingua, la società e lo Stato ne parlano un’altra.

Ecco perché ho paura.  Ho paura che regole del gioco siano taroccate e che tutto sia inutile, anche la passione per il proprio ruolo. Troppe sono le variabili di un processo. Sono troppe per stare tranquillo e avere la coscienza a posto di aver contribuito a tutelare diritti di persone. Che credono di essere tutelate, ma che saranno più sole che mai una volta che il processo è iniziato.

Il Giudice leggerà gli atti? Il Giudice sarà imparziale o sessista? Capisce qualcosa in diritto di famiglia? Che prassi ha in mente di applicare? E gli assistenti sociali che faranno? Il collega avversario vorrà la guerra o cercherà una soluzione per farci uscire tutti  dall’inferno? E quei poveri figli, contesi come  delle bestie,  potranno amare liberamente entrambi i genitori e chi cavolo vorranno?

E il mio cliente capirà quando gli dirò che mi sono rotto le scatole del suo odio insanabile ed incontentabile verso il proprio coniuge?

Che significa essere buoni avvocati oggi? Comincio a chiedermelo tutti i santi giorni, ma non trovo la risposta che vorrei. Anche di questo ho paura. Eppure l’orgoglio per la mia toga è ancora vivo come prima.

Roma, il 9 maggio 2013    

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     Gian Ettore Gassani

 

 

5 risposte a LA MIA PAURA QUOTIDIANA

  • Roberta scrive:

    LA MIA DOMANDA E’: PERCHE’ QUANDO UNA DONNA DENUNCIA LA VIOLENZA DI UN UOMO NEI SUOI CONFRONTI, ASSISTITA DAI FIGLI ED ANCHE VERSO I FIGLI, IL TRIBUNALE DEI MINORENNI LI COSTRINGE ALLA MEDIAZIONE FAMILIARE?? CHI SPERANO DI CAMBIARE, IL VIOLENTO O LA VITTIMA? SE QUESTA HA GIUSTAMENTE PAURA PERCHE’ LA MINACCIANO DI TOGLIERELE LA POTESTA’ GENITORIALE? E PERCHE’ SE IL GENITORE VIOLENTO NON SI PRESENTA ALLA MEDIAZIONE VIENE GIUSTIFICATO?? E’ VERO LA COSTITUZIONE DICE CHE LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, MA IL TRIBUNALE DEI MINORENNI SI PERMETTE DI VIOLARE ANCHE LA LEGGE E I PRINCIPI COSTITUZIONALI, DI CALPESTARE IL VOLERE DEI MINORENNI. AL CENTRO NON C’E’ LA TUTELA DEL MINORE MA L’AFFIDO CONDIVISO AD OLTRANZA, PERCHE’ VIENE NEGATA LA REALTA’ ANCHE DI FRONTE ALL’EVIDENZA. LA VIOLENZA SUI MINORI E SULLE DONNE NON FINIRA’ MAI SE LE ISTITUZIONI NON ABBANDONERANNO L’IDEOLOGIA MALATA E PERVERSA CHE AMANO TANTO APPICCICARE COME UN FACILE COPIA E INCOLLA. CHI DOVREBBE DECIDERE E CHI INDIRIZZA CHI DECIDE HA A CUORE LA PROPRIA PELLE. PERCHE’ DOVREBBERO TUTELARE UN MINORE CHE DEL RESTO E’ GIA’ “ABITUATO” ALLE VIOLENZE? E’ PIù FACILE PRENDERE LO STIPENDIO TUTTI MESI E DIRE CHE TUTTI SONO BRAVI E BELLI, CHE NON ESISTONO GENITORI VIOLENTI O INADEGUATI E CHE SOLO CHI DENUNCIA GLI ABUSI O LE VIOLENZE VA DICHIARATO ISTRIONICO E NARCISISTA, CAPACE DI AZIONI IMPREVEDIBILI E PERICOLOSE PER IL MINORE. NONOSTANTE LE PERFIDE BUGIE, TALI “PROFESSIONISTI DELL’ORRORE” PERSEVERANO INSTANCABILI NELLE LORO CONVINZIONI E CONTINUANO A PROPORRE ALLE VITTIME DI STARE INSIEME CON I LORO AGGRESSORI PER IL “BENE” DEI FIGLI, REMANDO IN SENSO CONTRARIO E OPPOSTO A QUANTO SI INSEGNA NEI CENTRI ANTIVIOLENZA, PER LIBERARSI DALLA GABBIA INVISIBILE. CHE DIRE? IL VERO PERICOLO DELLA SOCIETA’ SONO LE PERSONE ARRUOLATE DAL TRIBUNALE DEI MINORENNI CHE PUR DI “LAVORARE” ASSECONDANO TEORIE FALSE E ABERRANTI. IN TUTTO QUESTO ITER NON SONO AMMESSI GLI AVVOCATI. PERCHE’ CIO’ CHE CONTA PER IL TRIBUNALE DEI MINORENNI SONO LE EMOZIONI. LETTE CON LE LORO LENTI DEVIATE. LA LORO PAURA GETTA LE VITTIME NELLA PEGGIORE SOLITUDINE, IMBAVAGLIANDOLE PEGGIO DI PRIMA. ALLA BASE UNA SOLIDA COLLUSIONE. E IL PARADOSSO E’ CHE I BRAVI PAPA’ PIANGONO PERDENTI MENTRE I CATTIVI PAPA’ SONO TUTELATI E PROTETTI PERCHE’ VIOLENTI, QUINDI PIU’ FORTI.

  • cristina valentini scrive:

    Il quesito che il nostro Presidente mette sul tavolo nell’articolo ” La mia paura quotidiana ” è affascinante. Il problema è profondo e solo chi vive quotidianamente la realtà delle problematiche familiari può comprendere iil disagio e le difficoltà di chi le affronta. Chi svolge la professione di avvocato matrimonialista svolge un ruolo delicato che conduce inevitabilmente a scegliere tra diverse strade.L’impatto tra la professione giuridica – con il dovuto obbligo di difendere il proprio cliente – e la propria coscienza che indurrebbe a prendere altre vie, puo’ essere devastante. Ogni persona affronta la separazione e la fine della propria famiglia in modo diverso e quasi mai il cliente che hai di fronte è equilibrato e sereno. Il senso di fallimentoi, le mille implicazioni del rancore, i risvolti psicologici di una rottura sono tutti ricompresi nella persona che hai davanti. I metodi di approccio possono essere diversi. Puoi essere l’avvocato che pensa alla parcella e quindi l’obiettivo prioritario diventa acuire il contrasto, in vista della fruttuosa soluzione processuale. Puoi essere l’avvocato che utilizza la propria coscienza e allora le cose cambiano. Ma per essere questo tipo di avvocato , devi essere preparato, devi cercare di capire, di analizzare, di trovare una soluzione che garantisca la serenità del cliente con il minor danno possibile per la sua famiglia. Per contro dovresti poter interagire con una classe giudicante preparata allo stesso modo e noi sappiamo come spesso non è così. Dovresti inoltre poter contare su un sostegno psicologico esterno altrettanto preparato, ma noi sappiamo che molto spesso non e’ così. E’ un mestiere difficile. L’avvocato matrimomialista non è un avvocato normale e – secondo me – non deve essere un avvocato normale. Si deve scontrare con realtà difficilissime e deve saper risolvere situazioni in cui il protagonista principale non e’ il suo cliente…e’ un bambino.
    Come si fa a non avere paura?

  • Vincenzo scrive:

    Purtroppo, dopo (i primi ?) cinque anni passati a lottare INUTILMENTE per consentire alle mie figlie il diritto ad avere anche un padre, diritto che viene negato de facto dalla loro madre, sono arrivato ad una semplice conclusione: Oggi, IN EUROPA (non solo in Italia), nell’applicazione quotidiana del Diritto di famiglia, “vince” solo l’adulto piu’ violento. Dei minori, di come cresceranno, di quali “lezioni” morali impareranno dal disinteresse di tribunali & assistenti sociali quando diventeranno adulti, non importa niente a nessuno.
    Oggi, nel Diritto di famiglia, in Europa, LA VIOLENZA PAGA.

  • Rita scrive:

    Complimenti collega. Hai scritto della solitudine e dell’impotenza che viviamo nei nostri Studi. Hai scritto dell’assenza dello Stato. Hai scritto della sottocultura imperante. E hai scritto anche dei colleghi che fomentano odio. Non resta che attaccarsi alla toga. Sperando sempre che non si sporchi di sangue.

  • tiziana scrive:

    Congratulazioni ad un collega che con stile ed eleganza ha reso uno spaccato di quel che è la giustizia degli “affetti”, dove il diritto che definisco ” dell’essere ” viene sovente trattato con omologazione, dove le questioni di fatto e di diritto sono considerate per la gran parte “scontate e banali scaramucce” tra ex coniugi ed invece il più delle volte comprovano la fondatezza delle richieste.
    E questo accade per l’affollamento di (troppi) colleghi spregiudicati e per quel comune sentire secondo cui “la colpa è sempre a metà”, finendo per rendere la parte più debole ingiustamente vittima due volte.
    Complimenti Presidente Gassani

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