Il 5 novembre scorso la Commissione Giustizia del Senato ha approvato la modifica alla legge n. 184 del 1983 in tema di affido familiare e di adozioni.

Con il disegno di legge n. 1209 ora viene offerta la possibilità alla famiglia o alla persona affidataria, quando il rapporto di affido si protrae e il minore sia dichiarato adottabile, di chiederne in via preferenziale l’adozione. Questa è una buona notizia perché sono circa 30.000 i minori fuori famiglia, dopo la chiusura, nel 2006, degli istituti, ma, secondo la nuova norma,  i genitori affidatari non possono ancora diventare quelli adottivi, se il rientro in famiglia non è possibile.

Il periodo di affidamento dei bambini, purtroppo, viene protratto, anzi, spesso accade che gli affidi diventino sine die: è necessario, quindi, fermo restando l’obiettivo di far tornare il minore in famiglia, superare questo ostacolo attraverso una legge che assicuri al bambino la continuità degli affetti e ai genitori, affidatari per lunghi periodi, di candidarsi all’adozione; sembra sia stato fatto già un passo importante ma bisogna comunque notare che i requisiti per l’adozione, nella previsione del disegno di legge, restano gli stessi ed in particolare non sembra esserci nessuna apertura verso l’adozione da parte dei single.

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché scegliere, nella trattazione del tema “Diritto e Cinema”, l’argomento dell’affido familiare? Un motivo c’è, o forse più di uno. Il primo è cercare di delineare brevemente quel movimento nato nell’orbita delle humanities e detto Law and Literature che include anche quello di Diritto e cinema.

In Italia l’argomento Letteratura e Diritto è poco diffuso, al contrario che in America ove J. Wigmore, nel 1908, redigeva una lista di Legal Novels per sensibilizzare i giuristi e per diffondere opere dalle quali emergessero tematiche giuridiche volte alla formazione umanistica, soprattutto in ambito universitario. In America, fino al 1970, lo studio del diritto e letteratura è caratterizzato da una certa stasi;  al 1970 si fanno risalire i lavori di James B. White, il quale è considerato l’artefice della renaissance della Letteratura e diritto.

Anche un’opera cinematografica può diventare fornire il mezzo, il “codice” per interpretare un testo normativo o per affrontare un problema giuridico: il cinema offre allora al giurista la possibilità di osservare la realtà secondo una diversa prospettiva. rendendo attuale il narrato. Il cinema occupa un posto di primo piano in quest’opera di ricostruzione del sapere, di questa si fa portavoce A. Mariani Marini in  Un ritorno alla lettura dei giovani avvocati per “ricostruire” il sapere della categoria, in Guida al diritto, 5/2011, p. 11 ss..  e di questa – spiace citarsi – si è fatto oggetto di apposito studio per sostenere che il cinema, attraverso le sue narrazioni, rende possibile  illustrare “con chiarezza, come un tempo una tragedia di Sofocle, ambiti che ricadono sotto i nostri occhi[1], e tutto questo, anche sul piano emozionale.

Il secondo motivo è cercare di spiegare come la descrizione cinematografica delle vicende di minori e di  tematiche tanto difficili, come l’affido, trovi adeguata risposta nell’impegno del cinema “civile” italiano. L’affidamento familiare rappresenta una tematica non ignota alle trattazioni cinematografiche: trattandosi di un istituto a protezione del minore essa non può che rimandare a situazioni in cui l’ambiente familiare e le dinamiche relazionali siano in gravi difficoltà. Il tema dell’affido per la sua problematicità e per le questioni che coinvolge, non va più guardato in un’ottica squisitamente giuridica, ma deve essere inserito in ambiti ben più ampi.

Il primo piano deve averlo il bambino con il suo diritto a svilupparsi e a crescere come persona umana, nell’ambiente a lui più naturale, quale è il contesto familiare che diventa, perciò, oggetto di indagine privilegiato, per fondare “storie” i cui elementi, le cui circostanze non risultino semplici oggetti per l’applicazione di formule vuote. Le relazioni che si sviluppano tra i protagonisti delle vicende devono essere comprese, devono essere comprese le difficoltà, le difficoltà della famiglia d’origine, bisogna guardare il contesto in cui si muovono i soggetti della vicenda. L’istituto dell’affido si sostiene su basi solidaristiche che si innestano su un organismo, quale è la famiglia, molto sensibile e a volte assai debole. La scelta di alcuni film della cinematografia italiana sul tema dell’affido familiare, è,  si vuol ribadire, la risposta dell’impegno del cinema “civile” italiano verso tematiche difficili

Un primo esempio è rappresentato dal film di Gianni Amelio, “Il ladro di bambini” (1992), che descrive il viaggio del Carabiniere Antonio, calabrese, il quale attraverso un’Italia che ci viene mostrata con tutto il fardello dei suoi problemi deve “tradurre” in un istituto del Sud due bambini che gli sono stati affidati.

E se da un lato l’allontanamento dei minori da casa, ove la madre fa prostituire la bambina, è avvertito quasi come una salvezza, dall’altro lato si avverte il dramma dell’allontanamento che si fa tanto più drammatico quanto più i bambini si avvicinano verso l’istituto in Sicilia, ove saranno definitivamente lasciati.

È una storia di sradicamento, di solitudine  in cui emergono tutti i drammi e disagi non solo della grande città, ma anche di qualsiasi altra realtà. Per usare le parole di Martha Nussbaum, a bambini è stata negata la possibilità di vivere “una vita degna di essere vissuta”; è stato loro negato il diritto, universalmente riconosciuto, a svilupparsi attraverso la cura, il diritto di avere un ambiente in cui vivere e crescere serenamente, ed in cui, anche il diritto al “gioco” assurge a valore irrinunciabile.

La legge va rispettata” dice Antonio, di passaggio nella sua Calabria, ma la perentorietà della legge sorprenderà persino lui, Carabiniere, nel sentirsi accusato di “sequestro di persona” per aver pernottato in casa di sua sorella. Nel film  “Il ladro di bambini” di chiaro impianto neorealista, emerge una peculiarità: mettere in sintonia l’ambito pubblico, la sfera della legge, con la sfera della famiglia senza cedere al sensazionalismo e senza abusare degli aspetti più patetici delle storie, anzi, fornendone un’immagine reale. L’immagine che emerge è quella di una famiglia osservata nel suo aspetto, per così dire, patologico, e cioè segnata dalla povertà, dall’abbandono culturale e sociale. È tra le mura familiari che molto spesso i bambini vengono abusati e subiscono ogni sorta di violenza: a loro tutela è stato introdotto nel nostro ordinamento l’affido familiare.

Sulla scia dello sviluppo degli istituti giuridici sorti a protezione dell’infanzia si può notare come la legislazione italiana si evolva verso soluzioni non solo efficaci ma anche molto più umane. L’affidamento dei minori, infatti, dapprima delegato ad istituti pubblici, come viene mostrato nel film di Gianni Amelio, adesso, dopo l’entrata in vigore della L. 149/2001, scivola nelle mura domestiche, certamente più accoglienti e meno destabilizzanti che un istituto.

Il cinema si prefigge un compito molto impegnativo nel descrivere l’istituto dell’affidamento risulta, infatti, un argomento difficile da trattare perché varie sono le ricadute non solo in ambito legale ma anche in altri campi. Il compito è ancora più arduo quando si cerca di svelare aspetti contraddittori della condizione di minori abusati, maltrattati o che vivono in famiglie con situazioni di degrado causato da alcolismo, tossicodipendenza, povertà.

Non sono molti in Italia i film che affrontano il tema dell’affido; nella cinematografia internazionale si possono pure segnalare pochi film sul tema e tra questi: “La mia vita a quattro zampe” di Lasse Hallstrom, Svezia, 1985; Ladybird Ladybird di Ken Loach, Gb, 1994; White Oleander-Oleandro bianco di Peter Kosminsky, USA, 2002.

In Italia oltre al film di Amelio, si segnala “La guerra di Mario” (2005) di Antonio Capuano, film che ha evidenziato alcune implicazioni e problematiche connesse all’affido temporaneo, quali il desiderio di genitorialità, il ruolo delle istituzioni e lo scarto evidente tra queste e la realtà.

Il film narra di Mario che è un bambino difficile come difficile è contesto in cui vive: Napoli, città dalle più profonde contraddizioni, città in cui la  classe colta ed intellettuale si scontra con quella dei bassi. Questo è lo sfondo della vicenda di Mario, il bambino che il Tribunale dei Minorenni ha affidato a  Giulia, docente colta e problematica, che, col suo compagno, incarna il ritratto di quella borghesia che si contrappone all’ abbandonato della periferia.

Antonio Capuano è pure il regista di “Luna Rossa” (2001) e di “Pianese Nunzio, 14 anni a maggio” (1996) ma con la storia di Mario affronta un tema difficile: il distacco, tormentoso, ma implacabile, necessitato dall’applicazione delle norme, di Mario, un distacco che pone di fronte alle scelte della pedagogia per questi bambini “difficili”.

Mario è un bambino difficile, non concede nulla ai ricordi, Mario non parla con nessuno della sua vita. Per questo è possibile affermare che attraverso il film di Capuano è possibile investigare su una dura che necessita di una rinegoziazione. Guardare il film di Capuano significa porsi di fronte alla realtà in modo onesto, risvegliare le coscienze, dialogare con il presente,  comprendere, in fondo, che il cinema aiuta a capire tutto questo.

 

Maria Teresa Sanza

Consigliere Regionale AMI Basilicata

[1] Sia consentito il rinvio al mio testo  M.T. SANZA, Le narrazioni della legge. Pratiche linguistiche e comunità interpretativa negli usi del diritto contemporaneo, 2013, pp. 63 ss.

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