Se moglie e marito litigano spesso e “fanno a gara” a chi riesce ad avere l’ultima parola, in caso di separazione nessuno dei due ha diritto ad addebitare all’altro la colpa del fallimento del matrimonio.


La Cassazione ha confermato le decisioni con le quali sia il tribunale di Parma che la Corte d’appello di Bologna avevano respinto le richieste “incrociate” di una coppia di ex coniugi ciascuno dei quali chiedeva che la colpa della separazione fosse addebitata all’altro.
I giudici della prima sezione civile, con la sentenza 13185, hanno precisato che quando entrambi i coniugi “partecipano in modo attivo alle liti coniugali” si può “escludere che l’intollerabilità della convivenza sia ascrivibile ad uno solo dei due in misura tale da giustificare una pronuncia di addebito”. In sostanza, se il matrimonio è “un inferno” la colpa è sempre di tutti e due e dunque, in caso di separazione, la moglie non può pretendere un assegno “maggiorato” e il marito non ha motivo di chiedere la riduzione dell’importo fissato dal giudice e nemmeno l’affidamento congiunto della figlia come conseguenza del “cattivo comportamento” della ex.


La vicenda sulla quale la Cassazione ha messo la parola fine, dichiarando inammissibile il ricorso presentato dalla ex moglie, aveva avuto inizio nel 2005 quando i giudici di primo grado, respingendo la domanda di separazione con addebito presentata dalla donna, avevano affidato la figlia minore alla mamma fissando in 1291 euro al mese l’assegno di mantenimento. Una pronuncia che scontenta tutti: lei chiede in appello di aumentare l’assegno fino a 2.500 euro, lui pretende di dimezzarlo e di ottenere l’affidamento congiunto della bambina. Anche in questo caso la Corte d’appello respinge le tesi di entrambi gli ex coniugi che intanto, nel corso del giudizio, continuano a litigare arrivando a presentare reciprocamente denunce e querele per maltrattamenti. E’ la donna a ricorrere in Cassazione lamentandosi, tra l’altro, del fatto che i giudici di merito non avevano tenuto in nessuna considerazione le denunce. Ma anche su questo punto la Suprema Corte è d’accordo con i colleghi bolognesi: le denunce, scrive la Cassazione, “non sono state ancora decise e comunque – precisa la Corte – erano tutte successive alla comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale per il tentativo di conciliazione”. Come dire: un conto è non mettersi d’accordo, altra cosa è esasperare i toni nella speranza di avere ragione.


IL VELINO.IT

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