I giudici della Cassazione bacchettano in una sentenza i genitori, spesso ricchi di prediche nei confronti dei figli, ma poveri nell’essere un esempio con comportamenti concreti.
«L’educazione è fatta non solo di parole, ma soprattutto di comportamenti e di presenza accanto ai figli». E questo anche con «l’avvicinarsi della maggiore età», quando un minore «ha particolare bisogno di essere sostenuto e anche controllato», affermano i supremi giudici.
Lo spunto, per la terza sezione civile della Cassazione, è una causa di risarcimento danni mossa dalla famiglia di un ragazzo ucciso, dopo una lite, da un diciassettenne della provincia di Catania. Iosè, circa dieci anni fa e allora minore di 17 anni, era stato più volte «importunato» da un ragazzo gay, Filadelfo, «con profferte amorose» e da questi minacciato «in caso di rifiuto, di diffondere la voce che era anch’egli omosessuale», alludendo al fatto che «correva voce che il padre di Iosè avesse avuto una relazione omossessuale». Da qui la reazione aggressiva del minore che provocò la morte di Filadelfo.
I genitori di Iosè, condannati dalla Corte d’Appello di Catania a risarcire con quasi 100mila euro la famiglia della vittima, hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che non si poteva imputare a loro, come avevano desunto i giudici di merito, una cattiva educazione del ragazzo anche perché «la responsabilità dei genitori si affievolisce via via che il figlio si avvicina alla maggiore età».
Ma i supremi giudici hanno respinto il ricorso. Scrivono infatti nella sentenza n.18804, che anche se vicino alla maggiore età il comportamento del ragazzo era indice di una «fallimento educativo». Iosè «era stato lasciato solo», in particolare dal padre, che non lo aveva aiutato «di fronte alle provocazioni della vittima e dell’ambiente». I genitori, infatti – si ribadisce nella sentenza – devono sempre stare vicino ai figli, «in circostanze che essi possono non essere in grado di capire o di affrontare con equilibrio».


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