Rientra nel reato di maltrattamenti in famiglia l’imporre, anche in modo violento, le proprie convinzioni religiose al coniuge. La Cassazione ha infatti confermato la condanna inflitta a un uomo dalla Corte d’appello di Bologna nello scorso maggio: l’imputato, già condannato in un altro processo per l’omicidio della propria consorte, nel procedimento in questione era accusato di maltrattamenti nei confronti della stessa. Contro la sentenza d’appello, l’uomo, oggi 49enne, si era rivolto alla Suprema Corte sottolineando che i giudici del merito non avevano tenuto conto della sua appartenenza alla congregazione dei testimoni di Geova ed “essendo la visione dei rapporti familiari interna a tale confessione caratterizzata da un rapporto di coppia basato sulla supremazia dell’uomo”, era mancata nella motivazione della Corte bolognese “la valutazione del rilievo dell’adesione a tale legittimo credo religioso per escludere la consapevolezza dei maltrattamenti”. I giudici della sesta sezione penale di ‘Palazzaccio’, con la sentenza n.64, ha rigettato il ricorso rilevando che correttamente “il giudice d’appello ha evidenziato come l’imposizione ad altri, anche violenta, delle prorie convinzioni religiose fosse condotta consapevolmente antigiuridica, anche in relazione alla conoscenza acquisita dei diritti e doveri dei coniugi quali determinati dalle norme del codice civile, anche in tema di parità dei coniugi, norme tutt’altro che derogate per gli aderenti a questa confessione religiosa”. Infatti, rileva la Cassazione, “l’imposizione continuativa alla moglie di condotte da questa non condivise, nella consapevolezza del carattere antigiuridico della situazione che si voleva perseguire, rendeva l’adesione al credo religioso mero motivo del comportamento illecito, irrilevante ad escludere la penale responsabilità”.


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