L’amante è bene che resti segreto. Minacciare, anche solo sul “piano morale”, di togliere un legame dalla clandestinità può costare infatti una condanna per estorsione.
Lo certifica la Cassazione che sottolinea come “la minaccia di rivelare una relazione” clandestina che si intende “mantenere riservata” integra una condizione di assoggettamento della volontà, che integra il “presupposto del delitto di estorsione”. Poco importa, dicono i supremi giudici, se “il fatto minacciato possa assumere risalto soltanto sul piano dei costumi e delle regole sociali”.
Il fatto è arrivato in Cassazione da Nola, nel napoletano, dove un 33enne aveva minacciato di rivelare alla madre dell’amante la loro relazione; era così scoppiata una lite e l’uomo era stato denunciato. Condannato dal Tribunale di Nola nel novembre 2008 e dalla Corte d’appello di Napoli lo scorso aprile per tentata violenza privata e per estorsione (due anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione, oltre ad una multa di 320 euro), il 33enne in Cassazione ha contestato la condanna per estorsione. Secondo la difesa dell’imputato, infatti, minacciare di togliere dalla clandestinità una relazione poteva tutt’al più incidere su un “piano morale” senza avere rilievo penale.
Piazza Cavour ha invece respinto il ricorso e ha ricordato che “in tema di estorsione” la minaccia è “contra ius” quando “si faccia uso di mezzi giuridici legittimi per ottenere scopi non consentiti o risultati non dovuti”, come quando si minaccia per costringere “la volontà di altri” a “soddisfare scopi personali”.
Di conseguenza, insistono gli ermellini, “la minaccia di rivelare ad un familiare una relazione che il “minacciato” intende invece mantenere riservata” – anche se di “ordine semplicemente morale” – integra la “condizione di assoggettamento della volontà che ben può integrare il presupposto del delitto di estorsione”.


ADN KRONOS

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