La notizia è di quelle eclatanti per la delicatezza etica e giuridica del tema trattato.


Per la prima volta la Cassazione afferma dei principi ispiratori sull’eutanasia, stabilendo delle condizioni chiare e univoche per “staccare la spina “ (Cass. n. 21748/07).


La vicenda è assai toccante e riguarda una ragazza di Lecco, Eluana Englaro, che da 15 anni è in coma irreversibile.


Nel 1992 la giovane lecchese venne coinvolta in un drammatico incidente stradale. Entrò subito in coma e dopo 12 mesi le venne diagnosticato lo stato vegetativo permanente.


Il padre, nel frattempo nominato tutore, iniziava un annoso percorso giudiziario.


Nel 2003 l’Englaro presentò l’ultimo ricorso alla Corte d’Appello di Milano per ottenere l’eutanasia della figlia, ma il giudice milanese pronunciò l’inammissibilità del ricorso, in quanto “non c’era accanimento terapeutico”.


Tecnicamente la Corte ha rinviato ad una diversa sezione della Corte d’Appello di Milano, la quale dovrà ripetere il giudizio.


La Prima Sezione Civile, Presidente Vincenzo Carbone, ha stabilito che il giudice può autorizzare l’eutanasia allorchè siano presenti due circostanze concorrenti: l’irreversibilità dello stato vegetativo, documentato da un rigoroso apprezzamento clinico tale da non lasciare alcun dubbio scientifico sulla possibilità di recupero e la volontà del paziente (quando era nello stato normale) di non accettare lo stato vegetativo, ricavabile da elementi concordanti e convincenti.


Va rimarcato che rispetto al primo requisito parte del mondo scientifico ha contestato l’esistenza di un parametro certo, che identifichi il coma irreversibile.


Sull’esistenza della volontà della ragazza, la Corte si è basata, invece, sulle testimonianze dei familiari e di una amica che avrebbero riferito come Eluana avesse più volte affermato di non aver mai potuto accettare di restare in uno stato comatoso, “inchiodata ad un letto”.


Certo l’efficienza probatorio di tali affermazioni può almeno lasciare perpelssi, considerando il notevole lasso di tempo intercorso. Per tale motivo è necessario un intervento legislativo che regolamenti e istituisca il testamento biologico.


Altra novità sostanziale della sentenza è l’aver chiarito che, nonostante l’alimentazione e l’idratazione artificiale non siano accanimento terapeutico, rappresentano, tuttavia, un trattamento sanitario, pertanto può essere sospeso.


La sentenza è un chiaro monito al Parlamento che molto ha discusso ma poco ha fatto sull’argomento. Come spesso accade in Italia la Cassazione ha riempito un vulnus dell’ordinamento, che le Istituzioni, nonostante la tematica affligga diversi cittadini italiani, non hanno avuto il coraggio di affrontare con chiarezza.


Ricordiamo che in diversi Paesi l’eutanasia è una pratica ordinaria. Negli Stati Uniti è necessario risalire alle affermazioni rese in passato dal paziente, oltre ai suoi principi etici e teleologici. In Germania se non si può risalire alla sua volontà espressa, si può ricostruire la volontà presunta del paziente sulla quale basare la decisione.


Quindi gli Ermellini, per la prima volta, prendono una posizione netta su di un fenomeno di strettissima attualità che tormenta numerose famiglie italiane, segnando una tappa importante nel dibattito sociale e giuridico, contribuendo in maniera chiara se e quando possa considerarsi legittima la “dolce morte”.


 


Avv. Claudio Sansò

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