Perde il mantenimento se convive con il partner

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Con l’ordinanza n. 5896/2026, la Corte di Cassazione ha stabilito che la separazione non è e non può essere una rendita vitalizia. Quando le condizioni di vita del beneficiario cambiano radicalmente – e la nascita di una nuova unione stabile rappresenta esattamente questo tipo di cambiamento – viene meno la ragione stessa che giustifica l’assegno di mantenimento.
Il caso concreto riguardava una donna di 57 anni che, dopo la fine del matrimonio, aveva ripreso a convivere stabilmente con un uomo con cui aveva avuto una relazione in precedenza. I giudici hanno confermato che la creazione di un nuovo nucleo familiare, anche se non fondato sul matrimonio, determina la cessazione automatica del diritto al mantenimento.
Chi sceglie di condividere la propria vita con un’altra persona costruisce, di fatto, una nuova rete di sostegno economico e affettivo. La stabilità e la continuità della convivenza fanno presumere che i partner mettano in comune le proprie risorse per affrontare le spese quotidiane. In questo scenario, il principio di solidarietà post-matrimoniale, che giustificava l’assegno, semplicemente non ha più ragione di esistere, perché subentra il supporto concreto del nuovo compagno.
L’età non è una scusa: a 57 anni si cerca lavoro
Uno degli aspetti più rilevanti della decisione riguarda la capacità lavorativa della richiedente. La donna aveva sostenuto di non essere in grado di trovare un impiego a causa dell’età avanzata, ritenendo i 57 anni un ostacolo insormontabile nel mercato del lavoro. I magistrati, tuttavia, non hanno condiviso questa lettura.
L’età, da sola, non costituisce un impedimento oggettivo alla ricerca di un’occupazione, soprattutto se la persona gode di buona salute e ha già maturato un’esperienza professionale durante gli anni del matrimonio. Nel caso specifico, la signora non aveva prodotto alcuna documentazione relativa a patologie invalidanti o a condizioni fisiche che la rendessero oggettivamente inabile al lavoro. Anzi, il fatto che avesse lavorato regolarmente nel corso del matrimonio dimostrava il possesso di competenze ancora potenzialmente spendibili sul mercato.
La legge è precisa su questo punto: chi chiede il mantenimento ha l’obbligo di dimostrare l’impossibilità oggettiva – e non semplicemente la difficoltà – di provvedere autonomamente a se stesso. Una persona in buona salute, con un percorso lavorativo alle spalle, ha il dovere di attivarsi concretamente per trovare un’occupazione remunerativa. Il superamento dei cinquant’anni non esonera da questo impegno.
Chi vuole il mantenimento deve dimostrarlo: l’onere della prova si sposta
In materia di separazione, la convivenza more uxorio – ovvero la coabitazione stabile al di fuori del matrimonio – produce un effetto processuale preciso: sposta l’onere della prova a carico di chi richiede l’assegno. Una volta che il giudice accerta l’esistenza di una nuova convivenza stabile, non è più l’ex marito a dover dimostrare che la situazione economica dell’ex moglie è migliorata. È la richiedente, al contrario, a dover provare che la nuova relazione non ha in alcun modo migliorato le proprie condizioni di vita.
In assenza di questa prova, scatta la presunzione che la convivenza apporti benefici economici tali da rendere superfluo il contributo dell’ex coniuge. Se la richiedente non riesce a dimostrare che il proprio reddito – anche sommato all’eventuale apporto del nuovo compagno – rimane comunque inadeguato a garantirle un tenore di vita dignitoso, il giudice è tenuto a revocare il mantenimento. La norma persegue un obiettivo di equità sostanziale: evitare che un ex coniuge continui a finanziare economicamente uno stile di vita che, di fatto, è già sorretto da un progetto familiare completamente diverso e autonomo.
https://www.brocardi.it/notizie-giuridiche/separazione-perdi-mantenimento-appena-convivere-tocca-dimostrare/6758.html

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