Un giorno un anziano signore di nome Santino si presentò nel mio studio senza appuntamento. Era magrissimo, con un volto scavato e pallido, occhi grigi, claudicante, con un paio di occhiali con una delle due stecche legate con una sorta di nastro isolante. 85 anni portati male. Con grande timidezza l’anziano mi strinse la mano e dopo essersi lentamente accomodato sulla poltroncina dinanzi a me, restò in silenzio per qualche istante, asciugandosi la fronte sudata dall’emozione e dalla stanchezza: “Avvocato, mi scusi se sono piombato qui senza appuntamento. Era tanto tempo che volevo incontrarla, tante volte sono arrivato inutilmente fino al suo portone, ma poi ho sempre rimandato questo momento. Pensavo di potercela fare da solo.

– Cosa posso fare per Lei? Risposi.

– La mia è una storia molto triste. Prima ho perso mia moglie sei anni fa per un male incurabile e poi quattro anni fa è morto il mio unico ed adorato figlio per un grave incidente sul lavoro. Sono vecchio e solo. Mia moglie per me era tutto, il mio angelo custode, l’unico amore della mia vita, una compagna fino all’ultimo, colei che mi faceva sentire importante anche se non contavo niente. Mio figlio era la mia speranza, la luce dei miei occhi. Oggi l’unica persona cara che mi è rimasta al mondo è un mio nipotino, Giulio, di nove anni che mi ricorda tanto mio figlio e la mia cara moglie. Sono due anni che non riesco più a vederlo né a sentirlo.

Sapesse quanto è dolce e carino. Sua madre, mia nuora, ha cambiato città, vive con un altro uomo. Questa donna vuole cancellare me e le “radici” di Giulio. Ormai mio nipote forse chiama “papà” il nuovo compagno della madre.
Non so più nulla di questo nipotino. Quando chiamo sul cellulare di mia nuora, mi viene interrotta la comunicazione non appena inizio a parlare. Non conosco nemmeno l’ indirizzo della sua nuova abitazione. Non ho più forze, mi creda. Sento che sto agli sgoccioli della mia vita. Per me questa situazione è insostenibile perché ho perso la speranza. Ho lavorato tanto, ho dato tutto me stesso alla famiglia, per poi perdere i miei affetti più cari”.

Dopo aver detto tali cose, l’anziano signore asciugò il suo volto dalle ingiuste lacrime ed estrasse dal suo vecchio e malandato portafogli la foto del nipotino che lo ritraeva in braccio alla povera moglie defunta.
– Mi faccia capire meglio,signore. Lei dice che da due anni non vede e non sente suo nipote. Che cosa ha fatto per cercarlo?

– Avvocato, mia nuora non mi ha mai comunicato nemmeno il suo nuovo indirizzo nè la città dove vive. Ma non è questo il punto. Forse l’avrei potuta trovare. Ma non sarebbe cambiato nulla. Il mio dolore è sapere di non essere accettato e sentirmi inutile. Eppure quando mio figlio era in vita sono stato il baby-sitter di Giulio. Questo bimbo era la mia vita. Quando lo riportavo la sera dai suoi genitori per me era uno strazio. Oggi mi accorgo che la morte di mio figlio mi ha ucciso due volte perché mi ha fatto perdere anche Giulio, l’unico mio salvagente in questa mia povera vita che sta finendo nel modo peggiore. Di solito noi uomini, noi padri moriamo prima e questo è un regalo di Dio perché non dobbiamo assistere alla morte dei nostri cari. Io sono stato sfortunatissimo perchè sono sopravissuto alla morte dei miei familiari. Al mondo ora c’è un vecchio nonno ed un nipotino che hanno lo stesso sangue e che non possono più vedersi. Che cosa posso fare?

– Signor Santino, mi spieghi. C’è stato qualche screzio tra lei e sua nuora? Quali erano i vostri rapporti prima della morte di suo figlio?

– Nessuno screzio. Ed è questo che mi ferisce di più. Già dopo tre mesi dalla morte di mio figlio mia nuora aveva incontrato il nuovo compagno, una persona importante, famosa, divorziato e senza figli. Ho l’impressione che lei si vergogni di me e che voglia dare un taglio con il suo passato. Io sono stato un semplice operaio come mio figlio. Ora mia nuora probabilmente vive in una casa bellissima, è circondata da attenzioni e dal lusso. Io le rievoco forse il mondo umile nel quale era vissuta prima e dal quale proviene anche lei. Questa è l’unica spiegazione che sono stato in grado di darmi. Non le ho fatto niente di male, anzi l’ho amata come una figlia.

– Ho capito. Lei in sostanza mi chiede di poter incontrare ogni tanto il nipotino. È questo?

– Sì avvocato. Vorrei che il piccino non dimenticasse mai le sue radici che oggi io rappresento. Non deve imparare a vergognarsi degli umili, iniziando da suo nonno. Auguro a mio nipote una vita agiata, ma nella consapevolezza che gli affetti non hanno una casta. Solo così sarà un vero uomo e io potrò morire in pace.
Il vecchietto mi diede le sue generalità. Abitava in un modestissimo appartamentino della periferia di Roma, che aveva acquistato negli anni sessanta da quando si era trasferito dal suo paesino abruzzese.

Il suo racconto, pur se intervallato dalle pause dell’emozione, era stato lucido ed accorato. Sapevo che questo era uno di quei casi in cui l’avvocato è chiamato a fare qualcosa che va oltre un mero mandato professionale.

L’anziano signore mi fornì le notizie minime della nuora e del nipotino.
– Va bene sig. Santino, cercherò di mettermi sulle tracce di sua nuora. Poi vedremo cosa fare.
Il vecchietto si alzò lentamente e mi fissò con due occhi pieni di una tristezza che invase anche me. Si allontanò barcollando e con la testa bassa.

Vedere un anziano, che ha vissuto un’intera esistenza con sacrifici e rinunce, trovarsi solo al mondo e per giunta con un tale dolore dentro, sarebbe uno spettacolo insopportabile per chiunque.
Lo raggiunsi per accompagnarlo alla porta con la voglia di abbracciarlo.

Avrebbe potuto essere mio padre. Gli strinsi forte la mano e lui mi salutò con un sorriso amaro. Dopo qualche giorno, grazie ad un amico investigatore, riuscii finalmente a scoprire dove si trovasse il piccolo Giulio. Contattai Santino che piombò subito da me. Gli consegnai il recapito del nipotino e lui mi rispose raggiante che voleva scrivergli subito. Se ne andò dopo un minuto ringraziandomi cento volte per il piacere che gli avevo fatto.

Purtroppo, a distanza di un mese, Santino ritornò da me. La sua lettera era tornata indietro perché la destinataria era risultata “sconosciuta” al postino.

Era disperato perché aveva raccolto l’ennesima prova che per lui non c’era più posto nella sua famiglia. Fui catturato da un sentimento di rabbia e concordai con il mio “cliente” che avrei inviato io una raccomandata alla madre di Giulio per rappresentarle il forte e legittimo desiderio del nonno di riabbracciare suo nipote.

Due giorni dopo, però, Santino ritornò improvvisamente nel mio studio e mi consegnò un’altra lettera scritta di suo pugno, sulla cui busta era scritto “per Giulio dal nonno Santino”.

L’anziano era molto malato e voleva che almeno un messaggio scritto arrivasse al piccolo nipote:
– Avvocato, la legga pure, veda se va bene. Di lei mi fido. E’ l’unico che mi ha ascoltato in questi anni.

La lessi e promisi a quel nonno che, in un modo o nell’altro, l’avrei fatta pervenire al nipote, quando sarebbe stato il momento.

– Avvocato, prima di questa vicenda non avevo mai messo piede in uno studio legale, non ne avevo mai avuto bisogno. Chissà quante storie assurde lei avrà visto nel suo lavoro e quanta stupidità avrà notato nella gente che lascia una moglie o un marito uccidendo la serenità dei figli. Mi creda se tutti avessero avuto la fortuna di rispettare la famiglia ed il matrimonio come abbiamo fatto io e mia moglie, lei avrebbe cambiato mestiere perché non avrebbe avuto clienti. L’amaro destino,invece, mi ha portato nel suo studio.

Ho combattuto nella mia vita, mi sono sempre fatto rispettare, ma ora so che non ho più forze né armi per difendermi. Anche se tentassimo un’azione legale, non avrei la speranza di rivedere il bambino. Passerebbe troppo tempo ed io sono vecchio. Non voglio farmi amare perché un giudice lo impone. Lasciamo così le cose. Evidentemente questa è la società che anche io costruito e che è la stessa che si accanisce contro un uomo come me.
Tenga pure questa lettera e un giorno faccia in modo che mio nipote possa leggerla.

Non dissi nulla, ma guardai negli occhi quell’uomo. L’amore che lui aveva espresso per sua moglie e per i suoi familiari erano stati per me una autentica scudisciata. In una realtà come quella di oggi, caratterizzata da famiglie in conflitto eterno, la storia di questo povero vecchietto rappresentava il più grande messaggio di umanità che io avessi colto nel mio strano lavoro.

Santino aveva capito che non c’era più niente da fare per riabbracciare Giulio. In fondo aveva ragione. La voglia di dare amore non può essere svilita da una sentenza. Nessun tribunale può ripristinare valori e sentimenti, ma può solo impartire ordini. Dopo essersi commosso, Santino se ne andò. Lo seguii con lo sguardo dalla finestra dello studio fin quando a fatica riuscì a tuffarsi tra la folla di un tram. Fu l’ultima volta che lo vidi. Circa un mese dopo mi giunse la lettera di un collega che rappresentava la nuora, a riscontro della mia raccomandata.

La donna, forse in preda ad un minimo rimorso, aveva acconsentito agli incontri di Giulio con Santino, a patto che avvenissero a Roma, per un mezzo pomeriggio ogni quattro mesi. Mi indignai dentro di me per tale stupida rigidità, ma cercai di contattare il mio anziano cliente. Il suo cellulare, però, risultò sempre spento per giorni. Gli scrissi, ma non ebbi risposta.

Allora decisi di recarmi a casa sua. Non appena giunto sotto il portone di quello stabile di borgata, non feci nemmeno in tempo a togliermi il casco che lessi il manifesto di morte di Santino che il suo condominio gli aveva dedicato: l’anziano era deceduto due settimane prima, da solo come un cane in un ospedale.

Nessuno seppe dirmi per quale malattia era morto il mio anziano cliente. Un suo vicino mi riferì soltanto che quando l’ambulanza era giunta in suo soccorso, Santino aveva le lacrime agli occhi e con una mano sembrava salutasse per l’ultima volta quanti lo avevano visto in quello stato. Lui aveva scelto di morire. I nostri vecchi sono come gli orsi. Sanno loro quando è arrivato il momento di farla finita e togliere il “disturbo”.

Tornai allo studio con un senso di vuoto, un nodo in gola terribile ed una lacrima che mi appannava la visiera.

Pensai che il piccolo Giulio aveva perso l’amico più caro che aveva al mondo. Rilessi cento volte la straziante lettera che Santino aveva scritto al nipote con sua la mano incerta ma sincera: conteneva tanti errori, ma era il più grande inno all’amore che avessi mai incontrato nella mia vita.

Decisi, dopo qualche giorno, di inviarla al legale della nuora affinchè la consegnasse alla cliente e quindi al bambino. Comunicai, inoltre, che Giulio avrebbe ereditato la casetta del nonno defunto e qualche piccolo risparmio. La mia fu una comunicazione laconica dalla quale traspariva, tra le righe, tutto il mio disprezzo per come era stata gestita la vicenda sia dal collega che dalla sua cliente.

Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, questa storia mi ritorna in mente tutti i giorni. Quel vecchietto mi aveva insegnato che c’è ancora tanto amore fuori dai tribunali.

Santino alla fine della sua lettera scrisse:
“Nipotino adorato…perdonami se non mi sono fatto più vedere…sappi che il nonno, la nonna e papà ti saranno sempre accanto… Proteggi sempre la tua cara mamma… Addio mio piccolo Giulio, vedrai che un giorno torneremo a giocare insieme e saremo felici come prima”.

Nonno Santino

Testo tratto dal libro “I Perplessi Sposi” dell’avvocato Gian Ettore Gassani.

 



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2 risposte a Caro nonno Santino… ti voglio tanto bene

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